Riequilibrio

Studio di Riequilibrio Nutrizionale e Bioenergetico

Intolleranze alimentari: un punto di partenza o un falso problema?

dott. Stefano Restani

Il cibo deve essere considerato un farmaco: infatti ogni volta che viene ingerito provoca nel nostro organismo fenomeni che possono essere positivi o negativi. Tutti noi nel corso della vita ne assumiamo alcune tonnellate.
Reazioni indesiderate (sintomi) scatenate dall’ingestione di un alimento rivelano la difficoltà dell’organismo nel gestire quell’alimento. Un’allergia alimentare è legata a meccanismi immunologici ed è individuata da specifici esami (RAST, PRICK) riconosciuti dalla medicina ufficiale. I sintomi sono spesso rapidi come tempi di insorgenza e variabili, potendo interessare non solo l’apparato gastroenterico, ma anche quelli respiratorio e cutaneo. Spesso il soggetto ha già individuato l’alimento responsabile attraverso la non piacevole esperienza di sintomi “indimenticabili”.
Più nebuloso invece il mondo delle cosiddette intolleranze alimentari; la medicina ufficiale ne ha negato (e ancora spesso nega) l’esistenza delle intolleranze fatto salvo per quelle relative al lattosio e al glutine. Vero è che intorno all’universo “intolleranze alimentari” hanno girato e girano pareri contrapposti, diatribe  accese tra i sostenitori e i detrattori, e anche molti interessi economici.
Io stesso in passato avevo una certa opinione nei confronti delle intolleranze, sostenendo l’assoluto bisogno di verificarne la presenza o meno in una persona che presentava sintomi correlabili alle stesse. Oggi la penso diversamente, ho rinnegato parzialmente quella posizione di alcuni anni fa, e sono arrivato, in seguito alla lettura di parecchia letteratura scientifica in merito, alla seguente posizione.
Credo ci sia un vizio di fondo quando un paziente presenta alcuni sintomi, ovvero si tende a pensare [sia da parte del paziente, sia da parte del medico (non di tutti i medici)]: ”sarà colpa di qualche alimento”. Bene, l’esperienza personale professionale degli ultimi anni mi ha fatto spostare il centro dell’attenzione dall’alimento all’organismo del paziente, e la domanda che mi pongo ora è: “non sarà che il paziente abbia perso quella condizione psico-fisica ottimale indispensabile per riuscire a gestire alcuni alimenti?” E’, in definitiva, aver spostato il cibo dalla posizione di causa a quella di correlazione: se la “fabbrica-corpo” non funziona bene, non potrà gestire al meglio la materia prima (il cibo) che ingeriamo. D’altra parte accade spesso, in chi si sottopone al test per la ricerca di intolleranze alimentari, che ad un primo test si è intolleranti agli alimenti A, B, C, D, E, F, mentre ad un secondo test semmai sono scomparse alcune delle precedenti intolleranze, ma sono comparse quelle a G, H, I ed L. Questo probabilmente perché il soggetto ha aumentato l’ingestione della seconda serie di alimenti per sopperire alla riduzione o eliminazione della prima serie.
Sotto questa nuova ottica opero quindi da alcuni anni sui pazienti cercando di far ripristinare nel loro organismo l’efficienza digestiva e l’integrità della flora microbica intestinale (sempre più importante, come riconosciuto da molta letteratura scientifica), e devo ammettere che i risultati sono molto confortanti. Il vantaggio per il paziente è anche economico, non dovendo spendere soldi immediatamente per l’esecuzione del test per le intolleranze. Per inciso va detto che esistono varie metodiche per la ricerca di alimenti non tollerati, ma quelle che sembrano offrire la maggior affidabilità [prelievo di sangue con successiva elaborazione del campione con metodica immunoenzimatica ELISA (Enzyme Linked Immuno Sorbent Assay), possibilità di ripetibilità del test con identico risultato)] hanno costi cospicui (200-280 €), e la mia opinione è che un medico debba cercare, nel limite del possibile, di far spendere la minor quantità di  soldi al paziente. Questi test vanno pertanto riservati, a mio avviso, solo a casi molto selezionati e resistenti ai vari percorsi diagnostico-terapeutici seguiti.
Pertanto, in sintesi:
Considerare il paziente sotto l’ottica della nuova medicina funzionale di regolazione e della psiconeuroimmunologia, qualsiasi sia il motivo che l’ha spinto a sottoporsi ad una visita medica (sovrappeso, sindrome metabolica, diabete, ipertensione, colite, gastrite, dermatite, ecc.)
Disporre di tutti gli esami ematochimici e/o diagnostici necessari per avere un miglior quadro della situazione
Eseguire un esame impedenziometrico (BIA-ACC – vedi sezione dedicata) per ancor meglio comprendere lo stato di chi si ha di fronte, nell’ambulatorio
Operare in termini di riequilibrio nutrizionale personalizzando al massimo l’intervento alimentare e non agendo attraverso l’obsoleto (a mio parere) conteggio calorico dei pasti
Somministrare, quando opportuno, rimedi nutraceutici, omeopatici, omotossicologici e fitoterapici. Ovviamente non viene precluso l’uso di farmaci chimici qualora la situazione del paziente sia particolarmente grave, ne MAI viene consigliata la sospensione di una terapia in atto.